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Vincenzo
Pellitta è
nato nel 1948 a Rotondella (Matera). Vive e lavora a Vigevano (Pavia).
Comincia
a dipingere nel 1970 ricevendo da alcuni artisti pavesi i primi
insegnamenti e con gli stessi partecipa a numerosi concorsi di pittura
estemporanea approfondendo così la tecnica chiarista, dipingendo paesaggi
all’aperto. Frequenta in seguito il corso serale di disegno e pittura
all’Istituto “Roncalli” di Vigevano.
Diverse
sono state le componenti formali che ha esaminato, dalle prime esperienze
figurative su linee veristiche a quelle del periodo chiarista, poi
espressionistiche e infine a quelle informali non declinando anche certe
soluzioni di tendenza surrealista. Dal 1992 inizia un recupero per
l’interesse estetico costruttivo, interesse rivolto al materiale nella sua
trasformazione. Il disegno ricavato dal pieno-vuoto è realizzato con la
tecnica della tranciatura su metallo eseguita nei primi anni della ricerca
facendo uso di trance meccaniche, in seguito usando punzonatrici meccaniche
computerizzate e successivamente con macchine computerizzate a taglio
laser.
Dal
1992 al 2002 opera incollando le lastre di metallo “precedentemente
ritagliate”, su tavola e dipingendo lo sfondo con le varie tonalità di
grigio e nero. Dal 2002 comincia a usare anche i colori e dal 2007 usa
anche incollare sullo sfondo pellicole specchianti. La sua prima mostra
personale risale al 1978. Ha un ricco curriculum di esposizioni collettive
e personali sia in Italia che all’estero, ricevendo numerosi riconoscimenti
e premi. Dal 2000 partecipa alle rassegne organizzate dalla storica
Galleria Arte Struktura di Anna Canali. È inserito in diversi cataloghi
d’Arte tra cui il Catalogo dell’Arte Moderna di Giorgio Mondadori del 2006
e del 2007. Fa parte dei soci artisti del Museo della Permanente di Milano.
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Fabrizio
Parachini nel testo di presentazione scrive:
«Vincenzo Pellitta,
ad un certo punto del suo percorso artistico, ha fatto la scelta meditata e
coraggiosa di utilizzare il metallo come sostanza privilegiata della sua
personale ricerca ed espressività artistica: non il metallo dello scultore
che è massa e volume da forgiare e plasmare, a volte anche pesante e ingombrante,
ma il metallo lavorato in superfici sottili, perfettamente piane e
levigate, da utilizzare in modo quasi pittorico alla stregua di un foglio
di carta o di una tavola, per le sue qualità specifiche e non come semplice
supporto per altri materiali più tradizionali. Grazie a questo medium ha
realizzato opere non-oggettive costituite sempre da due elementi
fondamentali: una lastra, prevalentemente di acciaio o alluminio quasi
specchiante in cui sono ritagliate figure rigorosamente geometriche, e una
superficie di fondo a cui la prima si sovrappone, ma sarebbe meglio dire si
intreccia intimamente, in genere monocroma o al più dipinta a due o tre
colori sempre saturi e primari. Il dialogo tra le due componenti essenziali
appare spontaneo anche se dagli esiti imprevisti. Le forme regolari,
primarie o dai perimetri articolati, a volte ripetute identiche in modo
seriale a volte di diversa morfologia e diversamente accostate e
articolate, emergono dal ritaglio che le genera come presenze marcate dalle
cromie accese in un gioco in cui i due livelli, sopra e sotto, si
con-fondono e il vuoto colorato acquista la consistenza del pieno. La
superficie del quadro restituisce l’idea che alla sua base ci sia un
processo dinamico, quasi frutto di un automatismo di tipo industriale
attribuibile a un vero e proprio pensiero macchinale, se non proprio a un
suo inconscio, controllato accuratamente dall’essere umano che ne sceglie i
modi e i ritmi stabilendone l’ordine, la fine e il confine.
Le
opere recenti di Vincenzo Pellitta pur mantenendo la struttura compositiva
che ho appena descritto, dimostrano, nel loro manifestarsi finale, uno
scarto non irrilevante da quelle che le hanno precedute. Al fondo colorato
l’artista ha preferito una sottile pellicola metallica dalle qualità materiche
e visive diverse da quelle della lastra più spessa ritagliata e mantenuta
sempre in sovrapposizione. La prima sensazione che si prova è quella di
trovarsi di fronte a un piano disegnato da sole luci indirette e cangianti.
Contemporaneamente, ma indipendentemente, dalle due superfici in
opposizione si generano differenti tipi di riflessi luminosi che dialogano
tra loro attraverso le varie forme geometriche incavate che, a questo
punto, acquistano un’evidenza sfumata e una presenza discreta. Il colore
non detta più i suoi ritmi sostanziali e la superficie metallica principale
sembra perdere tutta la sua grevità al punto da apparire una fonte di luce
primaria morbida ma decisa; la sua presenza diventa quasi un pretesto, un
accidente corporeo, necessario per parlare di qualcosa che scavalca la
materialità dell’oggetto e si colloca nel mondo delle pure sensazioni e del
pensiero.
Nella
realtà nulla è più concreto di una luce che cambia apparenza con il
cambiare della materia che la riflette, ma è altrettanto vero che sono
quasi imprevedibili e al limite della descrivibilità le mille sottili
variazioni che ne risultano e la denotano e che rendono sempre mutevole e
diverso il quadro, quasi specchiante, a cui appartengono. Variazioni
accentuate anche dalle diverse trame figurali che l’artista utilizza nelle
sue composizioni. Anche in questo caso, in un breve tempo di lavoro, si è
già concretizzato un percorso con un passaggio da pattern costituiti
prevalentemente da figure geometriche iterate e variamente associate a
strutture apparentemente più complesse, ma in realtà risultato
dell’interazioni di forme semplici, fino poi a formazioni in cui le singole
figure geometriche sono libere nel piano, o meglio, così appaiono
nonostante il loro posto sia sempre rigorosamente definito da traiettorie e
sezioni geometriche. Si ha la netta impressione che il “campo” pittorico
subisca, come entità concepita, una trasformazione fondamentale: da quella
di luogo aperto a una ripetizione potenzialmente infinita delle figure che
lo percorrono a quella di spazio concluso, paradossalmente affermativo
proprio per la maggiore libertà compositiva che lo ha dettato. Il “fare
non-oggettivo” si stacca così da certe rigidità costruttiviste per
diventare la formulazione, o l’espressione, di proposizioni articolate e, a
loro modo, dotate di una certa visionarietà e lirismo.
Vincenzo
Pellitta con le sue opere e il suo intervento di artista ha saputo cogliere
aspetti che in un freddo metallo, e nei processi meccanici della sua
lavorazione, non ci si aspetterebbe mai di trovare: la capacità di far
germinare rifrazioni luminosi che diventano esse stesse immagini astratte e
immateriali. Un’altra luce, indiretta e diffusa, quasi allusiva, segno e
sostanza di altre riflessioni, più profonde e interiori, sulla natura delle
cose e delle loro apparenze.»
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